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PAUL CURTIS a K a MOOSE: I'm a dirty boy!

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Paul Curtis a K a Moose: I'm a dirty boy! Dodici anni fa Richard Morgan scriveva sul The New York Times di Reverse Graffiti , un interessante articolo su un artista nato a Leeds nel 1965, Paul Curtis conosciuto anche col nome di Moose , alce. Il suo stile è da includere in quello della Street Art , accanto alla Wraiting e ai Murales , perché si svolge in strada e per la sua natura effimera, temporanea e, a volte, estemporanea.  La sua tecnica consiste nel pulire le superfici sporche dei muri anneriti di costruzioni pubbliche cittadine come muri di recinzione, sottopassi, tunnel, ponti, marciapiedi, usando getti di acqua ad alta pressione o semplici spugne o pagliette di acciaio, utensili di uso pratico-casalingo, che ricordano il suo passato di lavapiatti in un ristorante. Curtis, per mantenersi agli studi in Accademia lavora come lavapiatti in un ristorante e racconta di come nacque la sua tecnica.  Casualmente mentre stava lavando le pentole, pulì  via una m...

Gli SPAZI SIDERALI di CARLO LORENZETTI

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Gli SPAZI SIDERALI di Carlo Lorenzetti                                               Bertolami Fine Arts, Palazzo Caetani Lovatelli, Roma.  C’è lo spazio temporale di un mese, questo di febbraio, per visitare la mostra monografica dell’artista Carlo Lorenzetti a Palazzo Caetani Lovatelli di Roma. Carlo Lorenzetti (Roma, 1934) è un incisore e scultore contemporaneo che ha dedicato la sua carriera artistica alla purezza segnico-formale e al movimento materico. Nella prima sala che introduce all’esposizione, sono visibili i disegni in acrilico e grafite dalla seducente freschezza, lavori in cui il tratto libero e forte si ferma e sfonda lo spazio bidimensionale per una terza dimensione. E il disegno che per Lorenzetti è il primo passo nella progettazione scultoria, come incipit della creazione artistica, qui vive di luce propria e dialoga con gli Spazi Siderali , le...

JIM DINE IN THE HOUSE OF WORDS

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JIM DINE in THE HOUSE OF WORDS Graffito di Jim Dine nell'ingresso dell'Accademia Nazionale di S.Luca Il critico e gallerista d’arte Daniel Heinrich Kahnweiler scrivendo di Juan Gris disse che “ c’è sempre scrittura quando vi è trasmissione del pensiero tramite segni grafici, oppure tramite segni plastici ” e Jim Dine nella sua casa incide sui muri il suo poema-testamento, chiosando la sua visione del mondo attuale con graffiante realismo. Analizzando meglio la traduzione della parola inglese house egli fa riferimento alla casa come luogo fisico e alla sua struttura, diverso sarebbe stato se avesse parlato di home come luogo degli affetti, della famiglia e del privato. Lo spazio fisico di cui si parla è costruito non solo intorno a lui ma a chiunque viva nel proprio tempo in modo totale ed attivo.  The Flowering Sheets (Poet Singing) 2008-2016 polistirolo, gesso, legno, carboncino courtesy of the Artist and Richard Gray Gallery, Chicago/New York The Floweri...

Jim Dine: I love what I’m doing

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JIM DINE: I love what I'm doing Jim Dine appare come un artista non troppo rivoluzionario ai nostri occhi contemporanei e le sue opere possono essere viste come non troppo originali e scontate. Jim Dine nasce a Cincinnati (Ohio) nel 1935 da commercianti di articoli casalinghi e ventitré anni dopo si trasferisce a New York. Con altri artisti americani guida una rivoluzione artistica che nel 1963 sposterà in modo rilevante la strada dell’arte nel panorama internazionale con tutte le implicazioni che fino a quel momento non erano mai state affrontate: come gli happening, i nuovi realismi, New Dada e la Pop-Art. L’America diventa il centro pulsante dell’arte contemporanea capace di trascinare dietro di sé Londra, Milano, Roma, Venezia, ecc. Ed è proprio a Venezia alla XXXII edizione della Biennale, vinta da Rauschenberg che nel 1964 la Pop Art si presenta con numerose opere al resto del mondo. Insieme a Rauschenberg c'erano Jasper Johns, Jim Dine e Claes Oldenburg.  Non ...

EMEKA OGBOH E I SUOI SOUNDSCAPES

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EMEKA OGBOH e i suoi Soundscapes Quando si parla di Africa non si possono descrivere le sensazioni che si provano con semplici parole. Emeka Ogboh ci riesce con la sua sound-art riproducendo nelle sue installazioni audio gli spazi privati e comuni rubati dalle strade come su un taccuino, dalle cui pagine vibranti di voci, rumori e ritmi svela la realtà quotidiana del suo popolo. Un modo originale di proporre la sua Africa in quel mercato dell’arte definito dall’antropologo Jean-Loup Amselle, Franciafriche in cui il monopolio delle opere pare esclusivo appannaggio dei Francesi. Le opere create nel continente nero sono da sempre state esportate, esposte e soprattutto vendute con la loro mediazione. Ora gli artisti africani cercano nuove strade verso l’affermazione della loro identità, non solo artisticamente, volgendo lo sguardo al Giappone, agli Stati Uniti e come ha fatto Emeka anche verso altri Stati in cui le sue opere sono state acquistate da privati come in Croazia, Danimarc...

Documenta#14 l'arte contemporanea a Kassel

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Documenta 14 : L'ARTE CONTEMPORANEA A KASSEL   Qualcosa di buono resta sempre dopo le grandi manifestazioni di arte contemporanea internazionali aldilà delle discussioni positive o negative, per la vasta dislocazione delle opere, giudicata dispersiva e confusa, o per il budget ingiustamente gonfiato. In tal senso, si pensa di organizzare la prossima edizione solo per la città di Kassel per contenerne le spese. Il qualcosa di buono è l'aspetto sempre diverso che tali eventi recano. Documenta si può definire come riassunto delle ultime tendenze o consigliere di nuove strade aperte dell'arte?  Nella 11a edizione sotto la direzione di Okwui Enwezor, nigeriano, si ebbe il timore che diventasse una manifestazione solo  africana,  ma non fu così. Una cosa è certa, la creazione artistica come una grande nube si è spostata in Africa per poi ritornare arricchita di nuove prospettive.  Nei suoi propositi Kassel da sempre è stata arricchita da ...